È stata individuata la presenza della influenza aviaria nel latte, con i bovini infettati dal virus trasmesso dai polli. Gli esperti non nascondono la preoccupazione.
Influenza aviaria, la malattia che colpisce le specie volatili, incluse quelle da allevamento come i polli è diffusa da anni in diverse parti del mondo. Anche l’Italia risulta colpita, con diversi focolai segnalati in altrettanti allevamenti in particolar modo nelle Regioni del Nord, dove si trova la maggior parte degli stessi. Ci sono anche segnalazioni che riguardano il passaggio della influenza aviaria dagli uccelli ad altri esseri, uomo incluso.

Ed ora è stata segnalata anche la presenza del virus dell’influenza aviaria nel latte dei bovini allevati. Si tratta della variante del virus H5N1 della aviaria definito ad alta patogenicità (HPAI). Per ora i casi di umani infetti da influenza aviaria sono circoscritti a meno di cento, ma è chiaro che la situazione va tenuta sotto controllo. Specialmente alla luce del fatto che questa malattia circola da anni senza che nulla ancora di concreto sia stato fatto per toglierla di mezzo.
Influenza aviaria nel latte, servono subito provvedimenti
La situazione che riguarda la confermata presenza della influenza aviaria nel latte riguarda gli Stati Uniti, dove da diversi allevamenti in Kansas ed in Texas il virus si è poi espanso su quasi tutto il resto del territorio, che contra tre diversi fusi orari. Lì i contagi tra gli umani ammontano ad una settantina, con un morto.
Ed è confermato che la malattia colpisce indistintamente altre specie, tra uomo, cani, gatti e mucche in particolare. Della situazione si parla sulla rivista scientifica Science, che ha avanzato una ipotesi chiara sul perché proprio negli Stati Uniti la situazione sia sfuggita di mano.

Lì infatti i bovini locali mostrano una evidente e più marcata resistenza al virus della aviaria rispetto ai bovini europei. Secondo esperti come Jürgen Richt della Kansas State University, le pratiche di allevamento intensivo negli Stati Uniti potrebbero essere alla base di questa situazione. Prima dell’emergenza, migliaia di bovini da latte venivano trasportati settimanalmente tra vari stati, aumentando notevolmente il rischio di contagio.
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Le misure in Europa sono più efficaci
Occorre notare che in Europa non esistono allevamenti così vasti e i movimenti di animali avvengono in misura molto più limitata. E che la UE mostra da sempre maggiore sensibilità a problematiche che riguardano la salute. Un’indicazione di come le pratiche americane possano facilitare la diffusione del virus arriva da un recente caso nel Regno Unito, dove è stata rilevata la presenza di H5N1 nel latte di una pecora. Questo suggerisce che le filiere americane possano essere più vulnerabili rispetto a quelle europee.
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In Europa ci sono tecniche di allevamento differenti. Ed anche in Italia i test appositi non hanno evidenziato la presenza di anticorpi al virus nei bovini, segno che le nostre mucche non si ammalano.

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Ma la situazione potrebbe comunque cambiare, visto che si parla di un virus e che i virus sono soggetti a mutazioni veloci e dalle caratteristiche differenti rispetto ad altre versioni. E c’è anche da dire che le autorità statunitensi non hanno intrapreso misure adeguate per arginare questa situazione critica.